middle generation

Elmo era della generazione che doveva ancora riprovare il brivido della puntina che si incanta sul solco del disco. Per questa ragione quando si risveglió stiracchiando le magre e lunghe membra, non ebbe subito chiaro da dove provenisse quel suono.

Vintage 1967

Vintage 1967

È del padre che parlo. Di un padre che occupava troppo spazio, che rubava identità. Quel solito padre che tempo prima di rubare, regalava scorci inattesi di orizzonti di libertà. Lo stesso che chiudeva sul figlio le porte del riconoscimento, che non dava sostegno. Un padre che nel tempo della nostra vita condivisa ha scelto di rimanere lontano, incompreso, uscendo di scena senza rumore apparente.

E nel chiasso reale che una tazzina di caffè fa cadendo, lasciando la mano che la reggeva senza vita, tutto quello che possiamo fare è continuare a elaborare.
Uccidendo ogni giorno qualsiasi idea di padre cerchi di sopraffarne un’altra. Permettendo alla memoria di sfuggire la dialettica dell’immobilità che inchioda le immagini al ricordo. Dando tempo ai vecchi codici di essere mutati dal testardo nostro tornare al punto da cui eravamo partiti, per continuare ad alimentare la speranza che lo sguardo che andiamo cercando, che sappiamo essere da sempre il nostro vero sguardo, illumini saltuariamente quel punto, quell’apertura.

Tutto questo ho affidato da sempre all’ignoto, al poetico, a ciò che non è e non può essere reso logico e razionale, trovando nelle parti oscure della coscienza l’alleato ideale per continuare a tentare di lasciare alle cose il loro accadere.

Le bottiglie di vino che mio padre aveva a lungo conservato nella sua cantina si sono trasferite sopra l’armadio pochi anni fa. Vecchie bottiglie a cui nessuno dava più valore. Il barolo del 1955, il barbaresco del 1958, il barolo del 1967 e altre bottiglie di anni lontani.

Non sono un collezionista. Un Barbaresco 1967 l’avevo aperto qualche settimana fa. Buttato.
Il Barolo 67 l’ho aperto ieri sera. Con grande stupore era ancora buono e conservava il caratteristico sentore di viola.
Un emozione rosso scura, liquida, dove galleggiavano legni, barche, e i cannocchiali erano appesi alle impronte dell’odore delle bottiglie di Vermouth che abitavano nel mobile bar del salotto di quell’epoca familiare.
Allora quello sguardo è arrivato dal fondo e da lontano per accostarsi al molo dietro le mie orbite, il tempo di scaricare le provviste e riprendere il largo.
Ed io adesso, in piedi sul molo, saluto riconoscente sventolando la mano come una bandiera. Come una bandiera.

Roma 16 Marzo 2014
Federico Giangrandi

Enlighting Ray

Dear Eddie,
The Picture Post is for people who move their lips when they read. […]
Yes, I am exactly like the characters in my books. I am very tough and have been known to break a Vienna roll with my bare hands. I am very handsome, have a powerful physique, and change my shirt regularly every Monday morning. When resting between assignments I live in a French Provincial chateau of Mulholland Drive. It is a fairly small place of forty-eight rooms and fifty-nine baths. I dine off gold plate and prefer to be waited on by naked dancing girl.
But of course there are times when I have to grow a beard and hole up in a Main Street flophouse, and there are other times when I am, although not by request, entertained in the drunk tank in the city jail.
I have friends from all walks of life. Some are highly educated and some talk like Darryl Zanuck.
I have fourteen telephones on my desk, including direct lines to New York, London, Paris, Rome, and Santa Rosa. My filing case opens out into a very convenient portable bar, and the bartender, who lives in the bottom drawer, is a midget named Harry Cohn. I am a heavy smoker and according to my mood I smoke tobacco, marijuana, corn silk, and dried tea leaves. I do a great deal of research, especially in the apartments of tall blondes.
I get my material in various ways, but my favorite procedure (sometimes known as the Jerry Wald system) consists of going through the desks of other writers after hours. I am thirty-eight years old and have been for the last twenty years. I do not regard myself as a dead shot, but I am pretty dangerous man with a wet towel. But all in all I think my favourite weapon is a twenty dollar bill. In my spare time I collect elephants.
Yours respectfully,
Ray

Raymond Chandler

Raymond Chandler

La fatica del tre

[…] La parola più giusta non è quella che “pretende di dire sempre la verità”. Non si tratta neppure di “dirla a mezzo”, questa verità, regolandosi teoricamente sulle mancanza strutturale di cui le parole , attraverso la forza delle cose, recano il segno. Si tratta di accentuarla. Di illuminarla – di sfuggita, in maniera lacunosa – attraverso istanti di rischio, decisioni su uno sfondo di indecisioni. Darle aria e gesto. Poi lasciare il posto necessario all’ombra che si richiude, al fondo che si capovolge, all’indecisione che è ancora decisione dell’aria. È dunque un problema, una pratica di ritmo: respiro, gesto, musicalità.[…]
Gesti d’aria e di pietra, Georges Didi-Hubermann

Luiza di Tom Jobim, riletta da Simona Marino su immagini montate da Federico Giangrandi

Variazioni Goldberg – Simona Marino, pianoforte – disponibile su Itunes, Spotify, Deezer

variationiGoldberg

iTunes
Spotify
Deezer

Il 9 settembre del 1999, a Conca dei Marini, Ravello, Simona Marino eseguì dal vivo questa versione delle Variazioni Goldberg. Oggi la registrazione di quel concerto, già inciso su cd qualche anno fa dall’etichetta Imperfcet Record, si può ascoltare/acquistare su itunes, Spotify, Amazon, Deezer.

Qualche anno dopo, partecipando insieme ai festeggiamenti per l’ottuagesimo compleanno di Salomon Resnik alla Fondazione Cini, conoscemmo Giorgio Gargani. In quell’occasione lo invitammo a tenere una conferenza che introducesse un concerto dove eravamo implicati come esecutori sia Simona Marino che il sottoscritto.

È raro sentire parlare di musica come ne parlò Giorgio Gargani quella volta. E questo esattamente perchè egli non parlava della musica ma ne metteva in atto una narrazione che comprendeva tutto ciò che l’atto musicale porta con sé nella vita.

Così per “ripresentare” questo lavoro storico di Simona Marino, ho scelto di utilizzare ancora una volta le parole di Giorgio Gargani, che non smetterò mai di ringraziare di aver conosciuto.

Federico Giangrandi

“Non c’è nessuna cosa che rimanga la stessa, un libro ad un certo punto non è più un libro perché diventa il destino di qualcos’altro che non è un libro, ogni cosa del resto è la complicazione infinita della sua storia. Siamo diventati incerti su quello che siamo, mai anzi come in questi anni siamo divenuti incerti su quello che siamo; siccome non si può descrivere nulla dal momento che una descrizione è una semplificazione intollerabile della nostra esistenza, e precisamente perché la letteratura non è una descrizione della vita, ma è una critica della vita, rinunciamo perfino all’idea di chiamarci romanzieri o filosofi, non sappiamo più dove finisca la letteratura e dove cominci la filosofia, alla fine uno dice “io non sono un romanziere o un saggista, io sono semplicemente uno che scrive”. La verità è che non sentiamo di poter assumere con sicurezza la responsabilità della nostra identità, e che quello che eventualmente siamo non dipende dalla nostra autodefinizione, ma è rimesso a ciò che scriviamo. Noi non siamo filosofi o romanzieri o poeti o saggisti o musicisti, siamo persone che scrivono o che compongono qualcosa, e che poi lasciano decidere a quello che scrivono o compongono la loro identità. Noi abbiamo smesso di scrivere descrizioni della nostra vita perché l’unica cosa plausibile che è rimasta è scrivere una critica della nostra esistenza. Noi tutti siamo esclusivamente parti in causa, non giudici della vita nella quale esistiamo e, anziché come creatori o giudici, ne scriviamo come parti in causa, che hanno pertanto una vita non da descrivere, ma da analizzare, da slegare e da discutere, da raccontare com’è dal punto di vista di chi non sa ancora come sia e che aspetta da quello che racconta di sapere chi è lui stesso.”

(da L’altra storia, Milano, Il Saggiatore, 1991, pag. 89-90)