DiSEGNi CORSARi di Carmelo Baglivo con un video con musiche di TACTUSFUGIT Composing Sounds aka Simona Marino

riflessiBaglivi

carmelo ed emilia

Simona Marino, Porto, August 2013
“Disegni Corsari” al Pastificio Cerere di Carmelo Baglivo. Mostra a cura di Emilia Giorgi.
fino al 22 novembre.

Birth of Cue
…[Allora ho pensato che la musica di Bach sarebbe stata perfetta per le idee di Carmelo. Ho chiesto a Simona, che con Bach ha una confidenza estrema, di incidere qualcosa che avesse il tempo giusto per le immagini che sarebbero scorse nel video. Simona ha inciso una delle invenzioni a tre voci per pianoforte e poi ha lavorato sul suo orecchio assoluto, cantando altre tre voci che avrebbe poi trattato con effetti per modificarne le tessiture. Ne è uscito un lavoro musicale che ha il sapore della performance e le forme esatte di Bach ed è in questo, aldilà di ogni costruzione diretta, che si incontra con l’opera di Carmelo Baglivo.]…

Nelle foto a sinistra.
Sopra: Carmelo Baglivo e Emilia Giorgi.
sotto: Simona Marino
Pastificio Cerere
Domus Web
Art Tribune

composingsounds

maybenot/e

Tutti i martedì, al Lettere Caffè di Via di San Francesco a Ripa, il laboratorio Hugger-Mugger con l’altisonante nome di Maybe Not/e suonerà jazz dalle 22,00 alle 24,00.
Ci sono Luigi On(esti) alla tromba, Francesco Di (Palma) alla chitarra, Carlo Cru(ciani) al basso, Stefano Co(nigliaro) alla batteria e Federico Gi(angrandi) ai sax.

come and listen!

Per Valentina

Per l’associata Vale. Allora. Lo vuoi disegnare o no questo raccontino? Se fai le illustrazioni
io poi faccio l’e-book e lo metto su Itunes. Che ne dici?
ecco il racconto da illustrare.

Uno dietro l’altro.

Il problema era l’impianto elettrico. E non era da poco. Quando la nonna Norina accendeva l’abatjour sul camino della cucina si accendeva anche il grammofono a tromba, un Pathe del 1910, situato sul cassettone in piuma di mogano che stava nella stanza adiacente, appartenuto alla bisnonna Severina. La lenta ma inesorabile partenza del disco abbandonato da anni sul piatto del grammofono, produceva una rallentata esplosione del primo accordo della terza di Beethoven, sotto le cui vibrazioni il trumeau olandese con i piedi a zampa di leone, ereditato da zia Elleke, aveva un sussulto che terminava in una leggera rotazione del pomolo che ne chiudeva le ante in legno istoriato. Il vecchio e prezioso armadio poggiava in chiara pendenza sul pavimento dell’ingresso e, dopo un primo tentennamento, la sua anta sinistra si spalancava come un cappotto sfilato troppo in fretta sino a colpire il duro appendiabiti di bambù pitturato di giallo indiano1 appartenuto al prozio inglese. Se era giovedì c’era a cena lo zio Arturo e con lui la sua giacca da esploratore in spesso cotone oleato che, appesa al sopracitato trespolo, attutiva l’urto. Era allora che la fiaschetta da whiskey in acciaio che lo zio portava in gran segreto nella tasca sinistra, colludendo con l’anta, emetteva un Mib quasi perfetto che, se pur si intonava con l’inizio della terza, faceva rizzare le orecchie a Zia Palmira, sua moglie, fervente affiliata dell’associazione contro tutti gli alcolici da qui a chissà dove.
Gli altri giorni della settimana l’appendiabiti colpito oscillava e, pur riuscendo a non uscire dal bilico, andava a colpire il ritratto del prozio, da sempre posto a guardia del suo stesso cimelio, che iniziava a scuotersi sul suo vecchio chiodo lasco. Dopo qualche ondivagante sorriso la vecchia foto veniva lasciata libera di piombare sulla sottostante cassapanca laccata di rosso cina producendo il suono di un timpano di pelle di ornitorinco percosso con una clava. Questo tipo di espressione musicale, che continuava ad avere un senso sulla fatidica Terza che continuava a diffondersi, poco era amata dal gatto Yang Zhu, che come d’abitudine stava sprofondato nel cuscino di seta verde ricamato a draghi posto a fianco della cassapanca e che, allo scoccare della gran botta percussiva, si produceva in un salto verticale a zampe allargate e pelame grigioblu ritto, prendendo per un momento le sembianze di un piccolo tappeto animalier.
Ma fermiamo il fotogramma e riavvolgiamo la pellicola di qualche metro.
Appena il disco iniziava la sua corsa la nonna gridava al nonno “il Patheeeee!!”, ma il nonno Norberto era sordo e siccome non sentiva la musica partire, andava a prendere la terrina del fois gras. La porta del frigidaire aprendosi creava un ulteriore contatto che accendeva la luce del bagno insieme alla piccola lampadina che illuminava la madonnina brasiliana con in mano il tamburo della scuola di samba del quartiere del Pelurinho, quartiere settecentesco di Salvador dove il nonno aveva vissuto per lunghi anni da giovane. La vecchiaia fa brutti scherzi per cui il nonno Norberto pensava che il fascio di luce che filtrava dal vetro smerigliato della porta del bagno fosse una sorta di personale annunciazione e cadeva in ginocchio gridando: “Norina, lo ha rifatto, la madonna vuole che vada da Lei!”. Quando diceva madonna il nonno in realtà pensava ad una sua fiamma mulatta che sosteneva gli avesse fatto un incantesimo per legarlo a sé, facendogli mangiare dei cioccolatini ripieni di cachaca e acqua di mare, in una notte bollente con la più grande luna da lui mai vista, in una stanza d’albergo del porto di Salvador. Fortunatamente il contatto durava poco e la memoria del nonno era corta. La luce del bagno si spegneva e rimaneva la Madonnina con la sua bluastra lucetta flebile. La nonna allora alzando gli occhi al cielo si faceva il segno della croce, spegneva il grammofono, la lucetta e aiutava il nonno a rialzarsi da quella scomoda posizione in ginocchioni in cui si incastrava puntualmente ad ogni apparizione.
Se era giovedì, la manovra di disincaglio del nonno corrispondeva con il sermone antialcolico della Zia Palmira allo zio Arturo, sermone che si sovrapponeva per un attimo all’immarcescibile terza creando un irresistibile effetto sul nonno Norberto che iniziava a ridere sguaiatamente rendendo impossibile la manovra disincastrante. Allora le quattro cocorite nella gabbia sopra il frigidaire sentendo il nonno ridere, cominciavano a starnazzare così forte da far slittare la gabbietta di metallo che si andava ad incastrare sulla minacciosissima presa elettrica del frigorfero Fiat che dal suo vecchio filo semiscoperto e mai aggiustato mandava un lampo, zittiva le cocorite e gettava tutta la casa nella più completa oscurità.
Il silenzio si faceva totale. E puntualmente il silenzio era rotto dal piccolo gorgogliante suono della sorsata di Zio Arturo alla sua fiaschetta che faceva ricominciare il coro: Zia Palmira e il sermone antialcolico, il Nonno e la sua risata; il silenzio colpevole di Zio Arturo e lo stridulo cinguettare della cocorita con le piume sbruciacchiate che si guardava come se il suo abito non fosse idoneo alla serata. E Nonna Norina che lapidaria sentenziava:
“L’ho detto io, che c’è un problema all’impianto elettrico”.